17 Marzo 2017. Digressioni sulle birre artigianali con Simone Monetti.

Il Docente di questa sera è un personaggio ben noto a tutti quelli che si interessano di birra: Simone Monetti, birraio e direttore generale operativo dell’Associazione UnionBirrai , associazione che si pone come scopo la promozione della cultura della birra artigianale in Italia.

La serata promette quindi molto bene visto il “peso” del Docente.

Ed infatti chi meglio di lui poteva disegnarci un quadro preciso di quello che attualmente è il movimento brassicolo in Italia, con tutte le sfaccettature, i numeri, i successi e le delusioni dovute alle mancate aspettative.

Ho apprezzato moltissimo l’oggettività con cui si è posto alla classe, cosa che fino ad ora ho trovato abbastanza raramente nei docenti sin qui intervenuti (almeno quelli legati a forza al mondo brassicolo).

Con il rischio di smontare il nostro entusiasmo, infatti, ha messo in evidenza gli aspetti meno “utili” per il movimento delle birre artigianali che, a quanto mi pare di capire, rischia di peccare talvolta di eccessiva “sopravvalutazione” del proprio prodotto.

Questo atteggiamento non può che trovarmi d’accordo, poichè anche io penso che non esiste alcuna supremazia a priori delle birre artigianali sulle industriali.

E’ per questo che ritengo che la domanda posta dal Docente (“La birra artigianale è moda?”) sia quanto mai azzeccata.

Una birra artigianale qualsiasi non è necessariamente migliore di una birra industriale qualsiasi e viceversa (poi dipende, come sempre, dai punti di vista..).

Però è anche vero che la potenzialità del “movimento” è pazzesca! Bisogna solo riconoscerne i limiti e cercare di superarli. Peccare di “spocchia” è il rischio più concreto e pericoloso a mio avviso (spero che non mi senta nessun “NaziBirraio” e di arrivare vivo fino a domani…).

Per il resto si è parlato di normativa, burocrazia e, nota più dolente, di accise.

Un sistema più “snello”, in effetti, gioverebbe senza alcun dubbio a tutto il movimento, così come una più equa distribuzione delle accise, sia in Italia che all’estero, dove permangono soluzioni che mi sembrano abbastanza “cervellotiche”e che rischiano di minare la capacità di competere con mercati che storicamente sono più consolidati del nostro.

In definitiva, mi è parso di capire che il “movimento” è ancora un affare tutto italiano, che non desta nessun particolare interesse in Europa se non una appena accennata curiosità. Sicuramente non rappresenta un pericolo di “invasione”…

In fondo, i prodotti “craft” di riferimento rimangono sempre gli stessi e la domanda che il consumatore finale potrebbe porsi è la solita: perchè se ho voglia di una Ale in stile Belga dovrei scegliere un birrificio italiano a rischio che mi costi di più e a scapito dell’affidabilità e della riconoscibilità del prodotto?

Vado a farmi una birretta…và..che è meglio! Il mio percorso da Beersommelier è ancora troppo impervio per perdermi in queste “masturbazioni cervellotiche”.

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